ASPIRAZIONI SPIRITUALI DI UNA MADRE DI QUATTRO FIGLI
Una conferma che il mondo non è ancora così allo sfascio, come tendenziosamente vogliono insinuare i mass media. Leggete e tenete conto che il meglio si è dovuto lasciarlo inedito, per riservatezza. Prendo carta e penna e comincio a scrivere, perché se aspetto il tempo per avere un po' di spazio tutto mio, questo tempo non arriverà mai. Sinceramente non riesco tanto bene a mettere in ordine le idee, per rendere il più chiaro possibile il mio stato.
Come ha visto, non era facile incontrarci. Certo, avrai potuto sapere anche altri particolari che rendono piuttosto amari questi ultimi anni della mia vita. Sento una grande riconoscenza del grande dono che mi hai fatto col trascorrere una preziosa ora in un colloquio che non potrò facilmente dimenticare.
Se andrai in Brasile, ed io te lo auguro di tutto cuore, farai una esperienza dolcissima al contatto con la gente, ma soprattutto con i bambini e ragazzi.
Quando giro tra le casette baracche attraverso stradine polverose o fangose incontro la festa, la gioia.
Siamo alla chiusura del mese di Settembre e la Liturgia di questa XXVI domenica del tempo ordinario ci invita a riflettere sulla famosa parabola del ricco epulone ed il povero Lazzaro, con il grande insegnamento di Gesù per noi. Questa parabola è riportata dal solo Luca, l'evangelista della misericordia; ma la divina misericordia non è mai separata dalla divina giustizia. E' l'unica parabola in cui ad un personaggio viene dato un nome: Lazzaro.
Guardo un bambino, una bambina in un passeggino o in braccio a papà e mamma. Guardo e penso: chi è? Perché e per chi ... è nato? Chi diventerà? Che ne sarà di questa creatura? Guardo e sogno tutto il possibile per lui e per lei. E dentro il sogno trovo quello che non si realizzerà mai e quello che, invece, avverrà.
A Poxoreu nel cuore dal Mato Grosso brasiliano il "Garimpeiro" cerca disperatamente nel fango un piccolo diamante per sopravvivere. Armando Catrana, salesiano perugino, da circa quaranta anni cerca tra immondizie e rifiuti i poveri "per farli vivere".
E' diventato il "mestre" (forse maestro,forse salvatore) di migliaia di giovani disperati con cui ha condiviso fatiche, lotte, speranze, successi, ed insuccessi.
E non ha, a sessantasette anni, nessuna intenzione di perderli di arrendersi.
Sono la sua vita come lui è la loro vita. Vita per vita.
Io l'ho incontrato sulle rive del grande fiume Paranà, tra i senza casa e senza tutto della periferia della cittadina di Tres Lagos nel cuore del Mato, la foresta che non c'è più, tagliata, bruciata.
Solo piccole tracce. L'ho incontrato all'inizio della sua nuova avventura a favore dei ragazzi di strada nell'anno 2003.
Anch'io Salesiano come lui. Anch'io da 25 anni in lotta con la tossicodipendenza e l'alcolismo per salvare altre vite perse o a perdere. Amici, oltre che confratelli.
E' nato così il Centro "Gesù adolescente" oggi, a 3 anni di distanza, oltre 1500 ragazzi hanno un posto sicuro per stare (non la strada), delle scuole per imparare, un mestre e degli educatori per crescere (non morire).
Gli sono stato vicino: ho progettato con lui, ho pregato con lui, ho cercato soldi per realizzare, gli ho avvicinato altre persone per non farlo sentire solo. Ora siamo nella stessa barca.
Non andremo alla deriva.
La guida (Armando) è esperta e fidata e noi a remare siamo in tanti. E tu ? Salirai in questa barca ? T
i condurrò io con la mia corrispondenza, con le mie foto, le musiche brasiliane e la fede nel "MESTRE" unico.
Quel Gesù che disse " sono venuto a cerare ciò che era perduto".
Quante volte abbiamo bisogno di una parola di incoraggiamento e di consolazione, quando sembra che tutto vada storto. Benedetta insegna ad amare il Signore ed il prossimo, anche nelle condizioni più estreme.
Una lettera inviata ad una sua ex insegnante, ormai paralizzata, ci mostra una gioia profonda che, lei gravemente ammalata, cerca di trasmettere ad una compagna di sventura:
Io sono serena lo stesso, perché è Dio che mi ha voluto così che ci ha voluto così. Non temiamo, Signorina. Siamo cadute nelle Sue mani...
"Al nome sia de Iddio et della Gloriosissima Vergine Maria protettrice di questa casa e di tutti i Santi della Celestial Corte". Inizia così un libro di memorie scritte nell'anno 1576 da fra Vittorio d'Arezzo, sacrestano maggiore del convento di S. Maria della Quercia e con questa invocazione anche io ho voluto cominciare questa storia che vuole essere testimonianza della fede di tanti uomini e dell'aiuto che la Madre Celeste offre ai figli devoti, quali essi siano, ricchi o poveri, sapienti od ignoranti, Papi o Imperatori.
L'immagine raffigurante
la Madonna della Quercia
La Madonna, come tutte le mamme, non fa discriminazione tra figli; il suo aiuto è per tutti. Continuiamo a leggere ciò che scrive fra Vittorio: "Dapprima ricordo come questo nostro luogo dove è ora la Chiesa et convento si chiamava il Campo Gratiano et era luogo incolto, et boscareccio.
In quel tempo si trovava a Viterbo uno certo Mastro Battista Magnano Iuzzante molto timorato de Iddio et devoto della gloriosa Vergine Maria, il quale l'anno 1417 fece dipingere in un tegolo, di quelli che si cuoprono i tetti, una immagine della gloriosissima Vergine Maria con il suo figlio in collo, a un certo pittore detto per nome suo proprio Monetto". Mastro Battista posò la tegola su di una quercia che stava ai bordi di una sua vigna, vicino alla strada che conduceva a Bagnaia e lungo la quale spesso i ladroni attendevano i viandanti. E lì rimase per circa 50 anni in incognito; solamente alcune donne che le passavano davanti si fermavano per dire qualche orazione e per ammirare la bellezza di un tabernacolo naturale che una vite selvatica, abbracciata alla quercia, aveva fatto. Durante questo periodo un eremita senese, Pier Domenico Alberti, il cui romitaggio era ai piedi della Palanzana, andava in giro per le campagne e le cittadine dei dintorni di Viterbo, dicendo: "Tra Viterbo e Bagnaia c'è un tesoro".
Molta gente, spinta dall'avidità, iniziò a scavare ma, non trovando nulla, chiese spiegazioni all'eremita. Egli allora portò costoro sotto la quercia prescelta dalla Vergine ed indicò il vero tesoro: "LA MADONNA". Narrò anche come un giorno per arricchire il suo romitorio si fosse deciso a portare via la sacra immagine e come quella fosse ritornata sulla quercia. Questa era la ragione per cui annunciava la presenza di un tesoro in quel luogo. Una delle donne che spesso passavano davanti alla quercia si chiamava Bartolomea e ad ogni passaggio si fermava a pregare la Vergine. Un giorno decise di prendere la tegola ed di portarsela a casa. Dopo aver detto le orazioni della sera, Bartolomea andò a letto ma, svegliatasi, la mattina non trovò più la sacra icone.Pensò che i familiari l'avessero posta altrove, ma, non sentendo parlare nessuno dell'argomento, corse alla quercia e vide ciò che già aveva intuito: la tegola era ritornata miracolosamente al suo posto. Dopo non molto tempo ritentò il furto, ma sempre la sacra immagine tornò sull'albero. Bartolomea però non disse niente per non essere presa per pazza. Nel 1467 , durante il mese di agosto, tutta l'Etruria Meridionale fu colpita dal più grande flagello di quei tempi: la peste. In ogni luogo vi erano morti; nelle strade deserte solo pianti e lamenti. Molti si ricordarono dellImmagine dipinta sullumile tegola e come spinti da una forza inspiegabile accorsero sotto la quercia. Niccolò della Tuccia, storico viterbese, presente al fatto essendo uno dei Priori della città, dice che in uno stesso giorno 30.000 persone erano in Campo Graziano ad invocare pietà. Pochi giorni dopo, la peste cessò ed allora ritornarono in 40.000 a ringraziare la Vergine ed erano abitanti di Viterbo, con a capo il loro vescovo Pietro Gennari, di "Toschanella, Caprarola, Carbognano, Bassano, Soriano, Civitella, Bagnaia, Buomarzo, Vetralla, Luprano, Chanapina, Montefiascone, Vitorchiano, Ronciglione, et molti altri circumvicini" dice fra Victorio.Nei primi giorni di settembre di quello stesso anno accadde un altro fatto straordinario. Un cavaliere viterbese aveva molti nemici e un giorno fu sorpreso da essi fuori delle mura di Viterbo, solo e disarmato. Non sapendo come fronteggiare quel pericolo si diede alla fuga in mezzo ai boschi. Stanco e disperato sentiva le grida dei nemici sempre più vicine. Alla fine fu vinto dalla stanchezza e scorgendo sopra la quercia la sacra immagine di Maria si gettò ai suoi piedi ed abbracciando con gran fede il tronco dell'albero mise la vita nelle mani della Madre Celeste. I nemici arrivati sotto la quercia si stupirono di non vederlo più e si misero a cercarlo dietro ad ogni albero, ad ogni cespuglio e lo sfiorarono ripetutamente senza più vederlo in quanto era sparito ai loro occhi. Non riuscendo a trovarlo, dopo molto tempo, se ne andarono.Allora il cavaliere, dopo aver ringraziato la Madonna, ritornò a Viterbo ed a tutti raccontò quanto successo. Bartolomea lo sentì, ed incoraggiata da quelle parole, descrisse i miracoli di cui era stata protagonista. Ed andavano dicendo a tutti quanto era loro successo con così grande entusiasmo e fede che la devozione alla Madonna della Cerqua si allargò a macchia dolio e moltissime persone, provenienti dalle località più diverse dItalia, continuarono ad accorrere ai piedi della quercia ed a raccomandarsi alla Vergine. Molte furono le offerte per cui si decise di costruire un altare (1467) ed una cappellina di tavole e successivamente, dopo che da papa Paolo Il venne l'autorizzazione, di costruire una piccola chiesa (1467 - 22 ottobre).
In un primo tempo la custodia della piccola cappella fu affidata ai frati Gesuati che, non potendo amministrare i sacramenti, perché ordine religioso laico, fondato dal Beato Colombini di Siena, avevano l'incarico di aiutare i pellegrini e di raccogliere le offerte. E le offerte continuavano ad affluire con la moltitudine della gente e perciò, dopo che i frati dell'ordine dei Predicatori sostituirono i Gesuati (1469), si decise di costruire una grande chiesa che via via, anche per l'incremento che diedero ai lavori ed alla devozione alla Madonna i frati della congregazione di San Marco, discepoli del Savonarola, arrivati alla Quercia nel 1496, tutto il complesso raggiunse lo splendore attuale.Nel 1577, il giorno 8 aprile, ormai completata, la chiesa venne solennemente consacrata dal Cardinale Francesco de Gambara, in onore "Nativitatis beatissimae et gloriosissimae Virginis Mariae"; il cardinale gran devoto della Vergine della Quercia, volle, alla sua morte, essere sepolto ai piedi dell'altare della Madonna.Molti furono i Papi devoti dellImmagine dipinta su tegola . Paolo II, Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI, Giulio II, Leone X, Clemente VII, Paolo III, Giulio III, Paolo IV, Pio IV, San Pio V, che alla protezione della Madonna della Quercia aveva affidato l'armata cristiana che scofisse a Lepanto i turchi, Gregorio XIII, Sisto V, Clemente VIII, Paolo V, Urbano VIII, Innocenzo X, Beato Innocenzo XI, Innocenzo XII, Clemente XI, Benedetto XIII, Clemente XIV, Pio VI, per il riscatto del quale tutto il tesoro della basilica viterbese fu consegnato a Napoleone, Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII.
LA CHIESA E IL CONVENTO
Un'ampia scalinata ci conduce in chiesa; a fianco si erge il campanile. L'insieme si presenta con una maestosità che lascia impressionati. Alla grandiosità del complesso fa riscontro la semplicità delle linee architettoniche, fuse in una armonia che testimonia il periodo di costruzione, il primo Rinascimento, e l'impronta di un grande artista quale autore del progetto. Infatti tutto il Complesso Architettonico, Chiesa e Convento, è quasi certo che siano stati progettati da Giuliano da Sangallo (1470). Del progetto iniziale ci rimangono copie dei disegni eseguiti dal nipote Antonio da Sangallo il Giovane, uno realizzato a mano libera ed uno, il successivo sviluppo, fatto con riga e squadra, che sono conservati presso la Galleria degli Uffizi a Firenze. In linea di massima esso fu eseguito fedelmente e solo nel 1555 venne modificato da Nanni di Baccio Bigio, appartenente alla sangalliana", "setta cioè ai seguaci della dinastia dei Sangallo (Giuliano, Antonio senior ed Antoniojunior) che ridusse il disegno del convento e principalmente del chiostro grande, che poi venne detto del Vignola, forse perché questo grande maestro aveva assunto la direzione dell'azienda che i Sangallo avevano messo in piedi dopo la morte di Antonio junior In seguito, grazie all'apporto di numerosi grandi artisti, la chiesa si arricchì di tante opere d'arte che fanno di essa sicuramente la più bella espressione dell'interno.
L'interno è a tre navate. Misura in lunghezza 90 metri, in larghezza 24 metri ed il soffitto a cassettoni della navata centrale è alto da terra 19 metri. Negli anni 1973-1973, sono stati fatti dei restauri che hanno interessato principalmente le navate laterali ed il coro, che erano stati deturpati dai restauri ottocenteschi. Si è cercato di riportare tutto il complesso all'originale disegno di Giuliano, salvo il presbiterio. Nella sua semplicità il disegno è incantevole e lo sguardo scivola su capitelli, sguinci, rilievi e si soddisfa.Una pace interiore sembra avvolgere il visitatore, che è portato a fermarsi e a meditare. L'interno ricorda molto quello della Basilica di S. Lorenzo e della Chiesa di S.Spirito a Firenze, opere del Brunelleschi, di cui Giuliano da Sangallo fu il più fedele prosecutore delle indicazioni architettoniche. Le tre navate sono divise da otto colonne monolitiche ornate da bellissimi capitelli, opera di Domenico di Giacomo da Firenzuola (1499). arte rinascimentale nell'Alto Lazio.
IL PRESBITERIO
In fondo alla navata centrale, al centro del presbiterio, troneggia il capolavoro di Andrea Bregno (1490). Tutto in marmo bianco di Carrara , il tempietto racchiude la tegola miracolosa, posta ancora sullalbero antico. Nei vari pannelli si possono ammirare un presepe, le statue di San Pietro e di San Giovanni Battista a sinistra, quelle di San Paolo e di San Lorenzo a destra. Intorno al tempietto vi sono degli affreschi opera di Michele Tosini, detto il Ghirlandaio perché nepote e discepolo del più famoso Rodolfo Ghirlandaio, eseguiti nel 1570. Nelle pareti laterali, sulla sinistra San Domenico che tiene tra le mani un giglio e San Pietro Martire che regge una palma; sulla destra San Tommaso dAquino e San Vincenzo Ferreri. Sulla facciata posteriore è dipinta la scena del miracolo del cavaliere che la Madonna rese invisibile agli occhi dei nemici. Fra i pilastrini sono dipinti Sant'Antonino, arcivescovo di Firenze e Santa Caterina da Siena. Allinterno, sopra il tronco della quercia che l'ospitò la prima volta, ed alla quale, tolta, sempre ritornò, riposa da più di 500 anni la Tegola dipinta da mastro Monetto, racchiusa in una cornice d'argento massiccio, dono del Cardinale Alessandro Montalto (1604). La pittura è una tipica Madonna del XV sec. La Vergine ricorda, in alcuni particolari, le immagini bizantine. Gesù bambino si volge a Lei, tenendo tra le mani una rondinella. Tutto il quadro sembra voler esprimere questo concetto: Gesù che chiede alla Madre "Che vuoi che faccia?" e la Vergine, con uno sguardo che non si dimentica, indica al Figlio il fedele in preghiera. E uno sguardo che penetra, che scende nell'anima, che indaga, che assolve, che consola, che calma, che rassicura, che incoraggia.
Il tempietto con
l'immagine della
Madonna della Quercia
Il fedele si alza, dopo aver pregato, sicuro che la Madonna non lo abbandonerà e gli occhi della Vergine gli rimarranno per sempre nella memoria. Si racconta che mastro Monetto, mentre faceva il quadro della Madonna, arrivato al volto di Maria, si addormentasse. Mentre era assopito sognò che degli angeli avevano eseguito il viso della Vergine. Svegliatosi infatti lo trovò già completato. Non gli rimasero da fare perciò che i veli e le rifiniture. Forse una leggenda, che però dice come, a tutti, questi occhi lascino un profondo ricordo. Sul frontone centrale un affresco del 1866, opera del Gavardini, in cui è raffigurata l'incoronazione di Maria. Opera del Prosperi sono invece gli affreschi della cupola (1867), che architettonicamente richiama molto i motivi di quella che il Brunelleschi fece a S. Maria del Fiore in Firenze. E da dire che tutto il Presbiterio fu modificato dai restauri eseguiti nel 1861-1880 e che inconsapevolmente deturparono il progetto onginale. Furono abbattuti infatti le due pareti, che dividevano il presbiterio dalle cappelle laterali e sulle quali pareti Maestro Giovanni de Vecchi dal Borgo di San Sepolcro, nel 1567, aveva dipinto dei bellissimi affreschi, che purtroppo andarono distrutti.
IL CHIOSTRO DELLA CISTERNA
Usciti dalla Sacrestia, attraversando a sinistra un bel portale, scolpito da Domenico di Giacomo da Firenzuola e da Bernardino da Viterbo (1502), si entra nel chiostro. A due ordini, quello in basso riecheggia lo stile gotico viterbese, quello in alto è rinascimentale puro. Questo chiostro è detto, senza nessun fondamento, del Bramante.
Un'immagine del chiostro
Il visitatore, appena entrato, si sente invaso da una pace interiore impressionante. Solo un grande artista avrebbe potuto realizzare ciò: Giuliano da Sangallo, quasi certamente lautore del progetto, ha compiuto infatti un capolavoro.Alla sua costruzione lavorarono numerosi e valenti maestri tra i quali Maestro Bartolino da Como, Giacomo di Sermona, Giacomo di Rempiccia e Maestro Danese da Viterbo, allautorità del quale si deve se la parte inferiore (1481) riecheggia il chiostro di S. Maria in Gradi a Viterbo. La parte superiore fu realizzata nel 1511-1513. Attraverso tre archi ribassati si accede allinterno del chiostro. Al centro è una cisterna, opera di Bruno di Domenico di Desiderio da Settignano e Maestro Capo Corso. scalpellino (1508).
Sopra larchitrave è scritto: "Qui bibit ex aqua hac sitiet iterum" cioè: "Chi beve questa acqua avrà sete di nuovo ", con chiaro riferimento alle parole che di Gesù disse alla Samaritana. Negli ambulacri inferiori sono affrescati numerosi miracoli, fatti dipingere dai frati, nel timore che andassero distrutte le tavolette votive presenti in chiesa. Gli affreschi sono del XVII secolo. Vi lavorarono sicuramente: Pompeo Carosi (1602), Camillo Donati (1603-1604), Ludovico Nucci (1607).
Prof. Gianfranco Ciprini
www.madonnadellaquercia.it
Il Vangelo del Nostro Signore Gesú ci presenta la figura di amministratore infedele, um uomo che ha aprofittato del proprio mestiere per rubare al suo padrone. É stato un semplice amministratore ed ha agito come padrone. Dobbiamo comprendere che i beni materiali sono buoni per sè stessi perché provengano dalle mani di Dio, pertanto abbiamo il dovere di amarli. Frattanto non possiamo "adorarli" come se fossero un Dio e fare di essi uno scopo della nostra esistenza. Dobbiamo essere staccati da loro.
Dio, lo so, non ti dovrei scrivere perché sono ateo e non credo che tu esista, ma ho scritto un po a tutti e nessuno mi ha mai risposto e ho pensato di rivolgermi anche a te. Dio, siamo i cattivi e colpevoli per sempre, siamo gli ergastolani ostativi ad ogni beneficio, quelli che devono vivere nel nulla di nulla, a marcire in una cella per tutta la vita. Dio, diglielo tu agli umani che la pena dovrebbe essere buona e non cattiva e che dovrebbe risarcire e non vendicare.Dio, lergastolano ostativo non vive, pensa di sopravvivere, ma in realtà non fa neppure quello, perché lergastolo tiene solo in vita.
Questa ragazza ebrea appare del tutto arbitra delle proprie scelte.
Latteggiamento di Maria, risulta ancora più maturo, al momento della decisione di andare in cerca della parente Elisabetta, nella lontana regione della Giudea.
Vivi ancora o già defunti i genitori, Maria ne doveva far parola almeno con Giuseppe, suo sposo, in ragione degli impegni assunti con lui e in considerazione delle nozze orami imminenti.
Secondo la tradizione della Chiesa, appena morto Gesú sulla croce, Giovanni avrebbe preso Maria a abitare con lui, assumendola come madre, in una cittá chiamata Efeso. Prima che Maria venisse a morire, si intenda questa morte non come consequenza del peccato, perché Maria mai peccó, Maria rimase fedele al suo figlo amato. Maria morí e é assunta in Gerusalemme e si puó dire che fu velata nel monte Sion, in Gerusalemme, e levata per essere sepulta al lato del Monte degli Ulivi, tumulo questo che s'incontra vuoto, ovviamente, e che puó essere visitato pure oggi.
Così, alleta di dodici anni, Gesù aveva dimostrato alla madre che i suoi legami con lei dovevano, da quel punto, condizionarsi alle scelte connesse con la sua missione. Adesso toccava a Maria di dimostrare al figlio che quei rapporti li andava intuendo, anche lei, in una maniera assolutamente riservata. Li avrebbe individuati attraverso le confidenze di lui e, forse ancor più, in forza di quel suo conservar tutto ciò che la veniva coinvolgendo, memorizzandolo scrupolosamente per riflettervi sopra, nel medesimo atteggiamento assunto col suo primo fatto. Ci fu uno sposalizio a Cana. Se vi troviamo anche Maria e, con lei Gesù, è naturale che si trattasse di una famiglia del parentato, cioè del clan, al quale appartenevano.Cana era un piccolo centro della Galilea, a poca distanza da Sefforis, da cui, come abbiamo supposto, sembra derivasse il suo casato e da Nazaret, dove adesso risiedeva. Lo scenario è fra i più noti alle attuali letture liturgiche, da poterci limitare ad inquadrarne gli elementi essenziali.
O culto à Cruz, instrumento de nossa salvação, foi muito difundido na Igreja: a Cruz é adorada e recebe homenágens que não se concedem à outras relíquias e as festas da Santa Cruz foram adornadas de particular esplendor. Não era a Cruz considerada pelos antigos como suplício dos mais terríveis e mais infamantes? Naquela época era frequente ver um ladrão ou um escravo crucificado e desse suplício, que indiretamente conhecemos, nos permite avaliar a atrocidade.
You were there in silence, Maybe in prayer; With thoughts facing the future And with the spring of life in the heart. Poor house, rough walls, too narrow to accommodate the expectations of better. And Gabriel, the angel of light, said to You: "Rejoice, your God wrapped you with love and asks to turn your womb to the sky".
El Avemaría es una oración muy excelente por las siguientes razones: I-Por los recuerdos que suscita: nos recuerda la Anunciación del Ángel a María y la Visita de la Virgen a Santa Isabel. II-Porque la primera parte es una oración pura y desinteresada, es una alabanza amorosa, una felicitación a la Madre de Nuestro Redentor. III-Porque su segunda parte es una petición humilde y nos unimos al rezarla al coro universal que se la repite. IV-Porque son salutaciones dictadas por el Espíritu Santo: al ángel Gabriel y a Santa Isabel. Se siente el aleteo de la Divina Paloma en esta oración.
" Tu bussi al nostro povero cuore bizzarro ma noi, avvinti da mille tentacoli di vanitá e caducitá, non riusciamo ad aprire il cuore al tuo amore. Il peccato vuole avvolgerci e toglierci ogni capacitá di discernimento, mentre la grande grazia celeste si spande su di noi e i nostri cuori restano chiusi e duri.